Dalle aule del Vivarelli al Dottorato a Pisa: la passione per la geologia di Christian Conti
Il percorso di Christian Conti è la testimonianza di come una solida formazione scolastica territoriale possa proiettare un giovane talento verso le vette della ricerca scientifica. Diplomato all’Istituto Agrario Vivarelli di Fabriano, Christian ha saputo trasformare la curiosità per il mondo naturale in una carriera accademica d’eccellenza. Dopo una laurea triennale in Scienze Ambientali ad Ancona, ha scelto
di specializzarsi in Geologia a Pisa, spingendosi fino ad Hannover per confrontarsi con i massimi esperti mondiali di paleontologia. La sua storia ci racconta di un legame indissolubile con le proprie radici marchigiane e di una ricerca costante che guarda al passato profondo della Terra per comprenderne il futuro.
Christian, partiamo dalle origini. Che ricordo porti con te dell’Istituto Vivarelli di Fabriano e quanto è stata determinante questa scuola per le tue scelte future?
Che dire, ho lasciato il cuore in quella scuola. Ho vissuto anni meravigliosi e ci torno sempre con entusiasmo. Per un amante della natura come me, tanto sotto il profilo teorico quanto pratico, l’Istituto Vivarelli di Fabriano ha rappresentato una tappa fondamentale. L’intero percorso al Vivarelli — e in particolare la scelta dell’indirizzo “Gestione dell’ambiente e del territorio” — hanno posto delle solide basi per gli studi accademici che ho intrapreso sei anni fa. Oggi mi sorprendo pensando che molti dei processi e dei meccanismi ambientali con cui lavoro quotidianamente li ho sentiti nominare per la prima volta proprio tra quei banchi. È lì che è nata la mia volontà di continuare a studiare, ed è lì che ho costruito le
fondamenta di un percorso che continua ancora oggi, sempre con passione e curiosità.

Hai iniziato con un percorso naturalistico ad Ancona per poi passare alla Geologia a Pisa. Cosa ti ha spinto verso questa evoluzione scientifica?
Sono stato “un geologo mancato” fin da bambino. Già a sei anni raccoglievo rocce e dicevo
che da grande avrei voluto fare il paleontologo (quindi studiare i fossili). Su questo non ho mai cambiato idea, neanche laddove era arrivato il momento di scegliere l’indirizzo universitario. Crescendo però si matura la consapevolezza che non ci sono solo le passioni, ma là fuori c’è una vita che dipende anche dalle possibilità lavorative e ho visto in un percorso naturalistico un qualcosa che mi potesse tenere aperte più porte, più ambiti sui quali, eventualmente, specializzarmi. Ma non c’è stato niente da fare: se è vero che l’appetito vien mangiando, il corso di geologia a Scienze ambientali mi ha fatto capire che
quella doveva essere la mia specializzazione e il mio futuro. Così, conclusa la triennale mi sono trasferito a Pisa a studiare Geologia dove, al termine dei due anni previsti, ho vinto un Dottorato di Ricerca sullo studio delle rocce del Cretacico dell’Appennino Umbro-Marchigiano.
Le Marche, e in particolare l’entroterra fabrianese, sono famose per la loro ricchezza geologica. Quanto sono importanti queste zone e perché, per chi studia i fossili? Le Marche hanno un’importanza geologica e paleontologica immensa. L’area appenninica interna, e quindi il Fabrianese, poggia interamente su rocce originate in ambienti marini a partire dal Triassico superiore (più di 200 milioni di anni fa) anche se la maggior parte dei sedimenti che costituiscono i nostri rilievi montuosi sono stati depositati durante il Giurassico e il Cretacico (da 200 a 66 milioni di anni fa). Questi ultimi sono di straordinaria importanza perché sono di riferimento a livello mondiale; cosa significa? Che i ricercatori che studiano, ad esempio, la distribuzione dei fossili nel tempo, le variazioni climatiche o i cambiamenti della chimica degli oceani, usano i sedimenti di quest’area per definire degli standard che sono poi applicati a scala globale. Questo è possibile grazie alla completezza (gli strati si
sono depositati quasi senza interruzioni) e alla buona esposizione di questi sedimenti, che si sono impilati gli uni sugli altri a formare le cosiddette sezioni geologiche. Inoltre, la posizione geografica del nostro territorio durante questi periodi geologici è stata un elemento fondamentale: eravamo a latitudini molto più basse rispetto ad oggi, più vicini all’equatore, e al centro di un grande Oceano, la Tetide, quindi in una posizione del tutto favorevole per avere un registro geologico ottimale! Questi fondali marini sono stati poi portati fin dove li vediamo oggi grazie alle spinte tettoniche, e in particolare quella del continente africano su quello europeo.
Non lasciatevi ingannare dall’aspetto tranquillo e quieto del nostro territorio oggi: durante il
Giurassico e il Cretacico imponenti eruzioni vulcaniche e ricorrenti cambiamenti climatici hanno influenzato profondamente l’ambiente marino dell’attuale area marchigiana, con effetti visibili ancora oggi nel registro sedimentario e fossile. Intercalati a spessi strati di calcari bianchi, testimoni di condizioni ambientali stabili, si rinvengono strati neri ricchi in materia organica che sono la testimonianza geologica di questi fenomeni. Al loro interno, i fossili sia di microrganismi che macrorganismi, ci parlano di profonde crisi biologiche e, in alcuni casi, di grandi estinzioni di massa. Questo rende i sedimenti e i fossili del nostro comprensorio una finestra incredibile sul passato del pianeta Terra!
Recentemente hai partecipato a un prestigioso meeting internazionale ad Hannover, in Germania. In un campo come la paleontologia, che studia esseri vissuti milioni di anni fa, c’è ancora spazio per le “rivoluzioni”? Ci può essere una scoperta che cambia radicalmente il nostro modo di vedere il passato?
Il Congresso di Hannover è stato un traguardo molto importante per me. Essere in mezzo a ricercatori di alto calibro e rappresentare il mio territorio, con ricerche compiute proprio qui, mi riempie di orgoglio e mi stimola a fare sempre qualcosa in più.
Chiaramente, con la continua produzione di letteratura scientifica, lo spazio per le rivoluzioni si assottiglia sempre più. Il periodo più prospero per la geologia è stato nella seconda metà del ‘900 quando le rivoluzioni erano all’ordine del giorno grazie alla produzione di dati dapprima inesistenti. Pensiamo alla teoria della deriva dei continenti o alla formulazione della teoria dell’estinzione dei dinosauri: qui si che si può parlare di rivoluzione! Oggi le rivoluzioni sono di certo meno frequenti, anche se ovviamente non impossibili, soprattutto con l’avanzare della tecnologia, ma c’è un ampissimo spazio per novità che possono avere implicazioni importanti a livello mondiale. Proprio ad Hannover ho portato alcuni dati e
risultati prodotti in Appennino che sono stati di enorme interesse per la comunità scientifica e testimoniano che c’è margine per apportare contributi importanti per l’avanzamento della ricerca. Questi risultati sono stati poi anche pubblicati su una rivista internazionale dove hanno generato davvero un buon interesse di cui io e il mio gruppo di ricerca andiamo fieri. Sicuramente il nostro territorio ha una potenzialità immensa che deve essere assolutamente sfruttata, a partire dalla ricerca alla divulgazione scientifica fino al coinvolgimento della comunità, quest’ultimo un passaggio imprescindibile per consapevolizzare sulle ricchezze del nostro appennino, stimolando turismo ed introiti, indispensabili per lo sviluppo.


