Da Fabriano a Londra: una vita”controcorrente”. Intervista a Renata Moriconi
PREMESSA
Abbiamo incontrato Renata Moriconi, fabrianese illustre, che da molti anni vive e lavora a Londra. A 14 anni sceglie già la strada più impegnativa perché frequenta, da pendolare, il prestigioso liceo linguistico di Jesi dove si diploma nel 1987. Nel 1987/1988 vive a Londra per il gap year a studiare la lingua dal vivo e conoscere la cultura. Nel 1993 si laurea e già nel 1994 ottiene una borsa di studio dal Ministero per un periodo di studi ad Atene in Grecia.
Dal 1997 vive a Londra e inizialmente lavora con studi di architetti di fama mondiale soprattutto Zaha Hadid dove si occupa di PR ed amministrazione per il progetto del MAXXI a Roma. Dal 2002/03 lavora nel sociale dirigendo progetti per le famiglie indigenti.
Dal 2017 inizia ad intraprendere il triathlon amatoriale e nel 2024 si qualifica per competere nel 2025 a livello internazionale come Age Group rappresentando il Regno Unito nei Mondiali Age Group di
Aquathlon a Pontevedra (Spagna) e gli Europei di Sprint Triathlon ad Istanbul. Recentemente appare in una podcast nazionale per parlare della sua esperienza sportiva alquanto insolita!
Attraverso le sue belle parole, scopriamo cosa significa scegliere la strada in salita, spiccare il volo e costruire una carriera nel sociale all’estero. Scopriamo anche le differenze tra il sistema italiano e quello inglese, e le sfide che i giovani inglesi di oggi devono affrontare.
INTERVISTA
Renata, cosa la spinge a preferire il percorso più difficile o meno scontato, sia nella vita che nella carriera?
In realtà ci ho pensato molto. Spesso sono molto più interessata alle cose che non sono semplici e che si possono raggiungere con facilità, perché è un modo di mettersi in discussione, di non adagiarsi sugli allori e di non credere che tutto ci sia dovuto. Preferisco darmi da fare e cercare di conquistarmi delle cose che magari per altre persone non hanno nessun interesse . Vengo da una famiglia in cui nulla ci è tato regalato, quindi sono cresciuta con questo concetto di dover conquistare quello che uno ha.
Cosa l’ha spinta a lasciare l’Italia proprio per la capitale inglese?
Ci sono stati motivi personali, ma ho sempre trovato l’Italia, e particolarmente Fabriano, un posto dove non mi trovavo bene, dove non trovavo la mia ‘tribù’, quelle persone con cui ci si relaziona bene e si condivide un modo di vita interessante . Inoltre, trovavo intollerabile il concetto, a volte quasi medievale, del nepotismo: l’idea che se non conosci nessuno non ottieni niente. Nella mia mentalità questo non funziona. La scelta di Londra è stata quasi predestinata perché parlavo già l’inglese, che era la mia lingua preferita fin dalle medie e al liceo, ed ero già stata qui negli anni ’80 grazie a un viaggio. Se avessi potuto scegliere solo in base al clima, forse sarei andata in un paese del Mediterraneo perché amo il sole, mentre qui oggi è grigissimo e piove . Ma sono venuta qui per le opportunità e per l’apertura mentale che questa città offre .
Qual è stato il momento in cui ha capito che Londra sarebbe diventata la sua nuova casa?
Questa è una domanda interessante. Tutti quelli che vanno a vivere all’estero, stranieri di ogni nazionalità, hanno in comune questa cosa: per i primi 4-5 anni si fanno piani per tornare a casa. Si dice ‘sto qui un altro anno e poi torno’. Poi questi piani non si avverano mai . Un bel giorno vai al consolato, ti iscrivi all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) ed è lì che capisci che non tornerai. Per me, la consapevolezza definitiva è arrivata quando ho avuto la mia seconda figlia qui e quando ho intrapreso una carriera professionale che mi piaceva particolarmente. Dopo circa cinque anni, ho capito che sarei rimasta.
Quali sono state le maggiori difficoltà nel corso della sua vita londinese?
Londra è una città di grandi opportunità, ma crescerci dei figli è difficile e costoso. Quando sono approdata qui nel 1997 con una bimba di 10 mesi, questo non era un mondo orientato ad accogliere e includere i bambini . All’inizio ti senti veramente isolato: non potevi portare i bambini al ristorante o fuori la sera, al contrario dell’Italia dove i bambini sono inclusi ovunque. È stata dura . Fortunatamente le cose sono cambiate molto grazie alle politiche del governo laburista dell’epoca, che ha investito fondi per favorire l’inserimento dell’infanzia e modificare le infrastrutture . A parte questo, non ho incontrato difficoltà insormontabili. Certo, c’è lo shock culturale iniziale, ma Londra offre tanto, quindi potremo dire che compensa queste perdite, per esempio qui il lavoro si trova e si cambia con velocità. Qui l’idea del ‘posto fisso per la vita’ non esiste: se tornavo in Italia, gli amici si stupivano che avessi cambiato lavoro rispetto all’anno prima.
Ha scelto di dedicarsi alla carriera dell’assistente sociale, un lavoro impegnativo. Cosa significa
per lei “fare la differenza”?
Innanzitutto specifico che io dirigo progetti di assistenza sociale, quindi ho una posizione dirigenziale più che di lavoro ‘front line’. Sono sempre stata interessata alle problematiche sociali e volevo fare qualcosa in cui senti che, in certi giorni, la tua presenza crea una differenza per qualcuno . Lavorare nel settore pubblico è difficile perché i fondi vanno e vengono. Bisogna reinventarsi continuamente. È doloroso vedere che in certi periodi ci sono risorse per le famiglie e dieci anni dopo quelle risorse non ci sono più, precludendo opportunità ad altri solo perché ‘la torta’ viene divisa diversamente. Qui nel pubblico c’è molto focus sui risultati e ci sono rigide ispezioni. È faticoso emotivamente, ma quando torni a casa e hai visto qualcosa cambiare, è un’emozione incredibile.
Quali sono le maggiori sfide e paure che i giovani di oggi devono affrontare, a Londra come ltrove?
Se si riducesse la povertà, si ridurrebbe notevolmente la criminalità, perché si diventa criminali quando non si vedono altre opportunità . Viviamo in una società che vuole tutto e subito, e l’incapacità di aspettare crea frustrazioni . Ma credo che la sfida più grande qui sia una fortissima crisi di salute mentale. Come genitori, forse non siamo stati bravi: non abbiamo dato ai figli la capacità di esser resilienti, di farcela da soli. Li abbiamo protetti troppo perché percepivamo il mondo come pericoloso, creando un circolo vizioso. Inoltre, c’è il paradosso della connessione: potreste avere amici in Australia, ma non avere un contatto umano con qualcuno vicino perché si sta tutto il giorno su WhatsApp o TikTok. C’è un sovraccarico di informazioni (information overload) per cui non si distingue più il vero dal falso. Bisogna recuperare spazi fisici di aggregazione per i giovani, che oggi mancano.
Quali differenze ci sono tra Italia e Regno Unito nelle politiche sociali per i giovani?
Qui dall’inizio del secolo ci sono state vere rivoluzioni. Sono stati costruiti centri per l’infanzia dove le famiglie possono accedere non solo all’asilo, ma a un supporto genitoriale universale. Si è puntato sull’universalismo: i servizi sono per tutti, non solo per chi ha problemi, e questo toglie lo ‘stigma’ sociale . L’Inghilterra è una società classista per struttura, ma le politiche cercano di includere. Siamo all’avanguardia nell’inserimento scolastico di chi arriva senza parlare la lingua, con una didattica specifica che tiene conto di una tradizione di immigrazione molto più lunga di quella italiana.
Esiste davvero la meritocrazia a Londra rispetto all’Italia?
Dipende da cosa intendiamo. Se parliamo della meritocrazia americana, che spesso è finta perché basata sulle possibilità economiche di partenza, direi di no . Ma qui conta la competenza. Se sai fare una cosa, vai avanti. Il fatto di conoscere qualcuno può aiutarti a sapere che c’è un posto libero, ma devi comunque passare una selezione . Vi faccio un esempio: quando devo assumere qualcuno nel mio team, ricevo delle candidature completamente anonime. Non leggo nome, indirizzo o chi sei. Leggo solo le risposte ai quesiti professionali. Decido chi chiamare a colloquio solo su quella base. Questa anonimità garantisce una selezione molto più equa, almeno nel pubblico .
Come vede i giovani italiani rispetto a quelli inglesi?
Trovo che i ragazzi inglesi vivano una forte segregazione per età. A scuola frequentano solo i coetanei del loro anno. I figli dei miei amici italiani, invece, mi sembrano molto più capaci di relazionarsi con i loro coetanei e gli adulti in modo fluido . Per il resto, le problematiche sono simili. Anche qui, specialmente dopo la crisi del 2008, è diventato difficile per i giovani trovare una casa in cui abitare da soli presto come si faceva una volta, perché gli affitti sono troppo cari .
Quale consiglio vuole dare ai ragazzi che aspirano al suo stile di vita?
Buttatevi. Fate le cose che volete fare senza farvi condizionare da quello che fanno gli amici. Cercate di essere diversi dallo ‘stampino’ di tutti quanti. So che è difficile, perché da ragazzi si vuole appartenere al gruppo, ma cercate quella cosa che vi motiva davvero. E soprattutto: sbagliate. Trattate l’errore come un insegnamento. Io ho fatto tantissimi errori, ma ho imparato tanto e oggi sono un’adulta serena. Avete questa capacità dentro di voi, sfruttatela.
FABIO PITTORI
